Le preoccupazioni di Giselle si rivelarono fondate. La sera tutto era pronto. Il locale era uno schifo, pieno di gente maleodorante. Aveva tre entrate da sorvegliare. A Giselle toccò la principale. Una piccola porta arrugginita in cui piano piano scomparivano persone senza un senso apparente, il cui unico scopo era quello di attraversarla il prima possibile. Si concentrò sulla foto che le sarebbe dovuta servire per riconoscere l'uomo. Le venne in mente che magari qualcuno le avrebbe potuto sparare, che magari l'uomo non si sarebbe mai fatto vivo e che tutto sarebbe andato a puttane. Non voleva morire però, ne era sicura e un po' se ne stupì anche. Passarono due interminabili ore. Niente era successo. Nessuno. Poi lo vide, incrociò il suo sguardo e per pochi istanti il sangue fece una sosta. Stava uscendo. Giselle chiamò Morgenfeld e l'avvertì, poi incominciò a seguire l'uomo. Attraversò il cortile di fronte al locale e si diresse pochi metri al dì là della strada in un parcheggio. Non si vedeva un gran che. Giselle lo seguiva. Cercava di convincersi che era tranquilla e che tutto sarebbe andato liscio, ma aveva paura che l'uomo si girasse e incominciasse a sparare o che sentisse una pistola puntata nella schiena. Intanto l'uomo si avvicinò ad uno dei tanti tir parcheggiati. Scese un secondo uomo. Giselle era a centocinquanta metri dai due. Per un istante le sembrò che qualcuno fosse dietro di lei. Si voltò e non c'era nessuno. Era confusa e terrorizzata. Per poco non dimenticava perchè era lì. Fece due foto: una all'uomo che aveva seguito, un primo piano del volto, un'altra ai due che si stringevano la mano. Mise via la macchina fotografica proprio mentre i due si congedavano. L'uomo del camion risalì, l'altro tornò sui suoi passi. Giselle rimase ferma, immobile lungo la strada. Dette l'ultima occhiata al camion in manovra e vide che era un camion della Genetech. Cercò di prendere il numero di targa. Sussultò. Rispose al cellulare. Era Morgenfeld, aveva una voce insolita, floscia. Le disse che adesso avrebbe fatto bene a darsela a gambe. Non disse altro. Giselle lo prese alla lettera e cominciò a correre verso la macchina, due isolati più in là. Era spaventata e il suo cervello smise di pensare. Proprio di fronte al Blue Amnesia sentì una voce che la chiamava. Due uomini massicci in completo nero stavano cercando proprio lei. Continuò a correre e sentiva ancora che la chiamavano. Ormai era vicina alla macchina, la vedeva. Si dimenticò dei due. Non pensava, correva. Anche i topi quando scappano dai gatti probabilmente non pensano un bel niente, cercano di scappare e basta. Poi sentì uno sparo. Cadde sulle ginocchia. Perse il respiro per un istante. Poi tirò fuori la pistola e girandosi in direzione dei due uomini si sdraiò a pancia in giù. Svuotò il caricatore. Vide i corpi, ormai a non più di trenta metri, come impossessati, che si muovevano a scatti. Il cranio di uno esplose. Caddero. Giselle si fermò quando sentì il click della pistola che decretava la fine del caricatore. Ricaricò e rimase in quella posizione da marines per pochi secondi. Si alzò e tremando arrivò alla macchina. Dodici minuti dopo era al negozio di fotografia. C'erano tutti. Disse loro che l'avevano bucata alla schiena. Aveva un gran mal di testa e avrebbe voluto bere un goccetto. Morgenfeld invece la portò all'ospedale.
La mattina successiva arrivò puntuale. La nebbia avvolgeva la città e Giselle sentì che quella vita strappata alla prigione era vita in eccesso. Sarebbe dovuta morire. Ancora si rinfacciava di essere scappata e di essersi costituita. Se fosse morta suo padre sarebbe venuto a sapere dove avevano ritrovato il cervello della figlia. E magari ne sarebbe stato fiero. E invece poche ore più tardi era seduta in un negozio di fotografia. Aspettava che qualcuno le dicesse che fare. Arrivarono. Marshall prima, Morgenzelf con due ore di ritardo. Dissero che era ora di lavorare. Lavorare per la polizia, che schifo. In un locale che tutti chiamano Blue Amnesia quella sera due signori si sarebbero incontrati e si sarebbero scambiati qualcosa. Il compito assegnato era di controllare che tutto ciò si verificasse davvero.. Marshall consegnò alcuni documenti e se ne andò. Un poliziotto, un delinquente e mezzo e Giselle per fare due foto. Giselle pensò che fosse una trappola, gli altri che fosse una passeggiata.
Finalmente si fece sera. Sentiva il bisogno di starsene da sola. Dick le concesse il permesso di andare a dormire dove voleva, così se ne andò a casa sua. Abitava in un buco a metà tra il cielo e l’asfalto, in una soffitta tra la terza e la quarta strada.
Mise su un po’ di musica, prese quel che restava di una bottiglia di liquore e aprì la porta che dava sul tetto del grattacielo. Anche il sole se n’era andato. Presto anche il rumore della strada si sarebbe fatto più lieve. Doveva pensare, schiarire le idee, capire.
Due cose le erano chiare: non sarebbe più tornata in prigione perché lì sarebbe sicuramente crepata e non avrebbe mai più comprato quella marca di Scotch.
Se fuggiva dal progetto rischiava il carcere. Se non fuggiva rischiava di uccidere il suo già molto debole orgoglio. Non poteva lavorare per la polizia. Poteva tornare in Russia, lì nessuno l’avrebbe trovata. Ma come l’avrebbero accolta? E l’avrebbero accolta?
Intanto il fumo e il vapore avevano già avvolto la parte alta della città e il cervello di Giselle.
Come era solita fare non decise nulla. Il tempo avrebbe deciso per lei, la musica l’avrebbe tenuta occupata. Accese l'amplificatore, passo una manò sulla chitarra, la collegò alla cassa da 180W e iniziò con vechhia canzone dei Danzig, MOTHER.
Era nella merda perché sapeva che i corporativi l’avrebbero fatta fuori lo stesso. Non mangiò né dormì per 5 giorni. Fino al processo a cui non volle partecipare.
Gli dettero 22 anni che per lei significavano morte sicura. Impossibile che i corporativi la lasciassero viva.
Forse era il destino che aveva voluto per lei una morte tanto umiliante, forse era stata la sua incapacità o forse solo sfortuna. Solo di una cosa le dispiaceva: non rivedere più suo padre per raccontargli che in fondo era morta per aver ucciso un figlio di puttana che governa il sistema, lo stesso sistema corrotto che c’è in Russia.
Pochi giorni dopo, quando ormai aveva deciso che si sarebbe lasciata morire di fame, la mandarono a chiamare. Le fecero firmare alcune scartoffie e le dissero che Giselle Karrol sarebbe stata trovata morta in carcere e che lei, Giselle MacMillan, avrebbe avuto una nuova vita. Non capì subito ma comunque firmò, in fondo che importanza aveva.
La notte dormì profondamente e sognò di trovare se stessa morta in carcere, era contenta di quella cosa.
La mattina seguente alle 5 fu prelevata e caricata su di un furgoncino con altri due strani individui. Non disse una parola. Quei tipi non le piacevano. Dopo sei scomodissime ore arrivarono a destinazione e furono fatti sedere, ancora ammanettati, in una stanza completamente vuota. Pensò che finalmente era arrivata l’ora e che era contenta di morire con una così bella giornata di sole.
Arrivarono invece due tipi con l’aria di chi è o si sente superiore. Il primo un certo Fred Marshall parlò del perché erano lì, che avrebbero lavorato per la polizia governativa sotto copertura per un tempo indeterminato e gratis. Disse loro che eravamo dei fantasmi e che nessuno sapeva niente di loro. Avrebbero dovuto fare quello che la polizia chiedeva, esattamente come lo chiedeva e quando lo chiedeva. In cambio avrebbero avuto una specie di semi-libertà e la licenza di fare quello che cazzo volevano. Salvo ovviamente darsela a gambe. Avrebbero dovuto allestire uno studio fotografico per copertura, ma la polizia non avrebbe dato loro nemmeno un eurodollaro.
Dopo il signor Marshall prese la parola un signore che disse di chiamarsi Morgensen, Morgenfeld o qualcosa del genere. Si vedeva che era nervoso. Parlò poco e nessuno sembrò ascoltare quello che aveva da dire. Era un poliziotto a cui avevano fatto il culo per alcuni motivi che non interessano a nessuno. Era il capo lì ma non sembrava in grado di poter fare niente del genere.
Alla fine Marshall se ne andò e i tre furono liberati. Giselle fumò.
Tutti insieme decisero che sarebbe stato meglio mangiare qualcosa. Mangiarono. Poi decisero ancora che sarebbe stato meglio se si fossero dati da fare per cercare di riempire il falso negozio di fotografia con del materiale che sembrasse vero.
Il capo, che doveva essere danese o qualcosa del genere, dette ai tre qualche ora per cercare qualcosa da infilare nelle stanze del negozio.
Avevano un vecchio furgone. Giselle era seduta in mezzo ai due uomini. Uno aveva l’aria del duro, di uno che sa il fatto suo. Doveva essere sudamericano. L’altro era un tipo ben vestito, calmo, forse era finocchio. Decisero che avrebbero trasferito un negozio di fotografia nel loro negozio di fotografia. E lo avrebbero fatto in quelle poche ore.
Ci riuscirono infatti. In un’ora e mezzo avevano finito ed erano di ritorno con il furgone pieno. Il sudamericano era stato bravo. Aveva rotto la testa al vecchio, l’aveva lasciato steso sul pavimento del negozio.
Giselle aveva fatto finta di niente, ma ancora dentro di lei odiava uccidere chi non aveva colpa.
Una volta, di ritorno da un viaggio, seduta in una carrozza di un treno, aveva letto una frase: <Una volta che sei nel gregge è inutile che abbai:scodinzola!>. Lei non c’era nel gregge e non abbaiava, né tanto meno scodinzolava: mordeva.
Magda Denisov era nata il 4 Aprile 1989 a Mosca. Fu in quella notte che morì sua madre, avvelenata da una flebo. Ci pensava spesso, alla madre. Era riuscita a trovarne alcune foto, ma solo in alcune sorrideva. Amava il suo sorriso e anche le mani e tutto il resto.
Il padre, Ostap Denisov, l’aveva tirata su da solo, insegnandole le buone maniere e le cattive maniere. Vivevano in un piccolo villaggio a sud di Mosca, dove tutti si conoscevano ma nessuno li conosceva. Più che un villaggio era una tendopoli che ogni tanto si spostava tra le montagne in cerca di luoghi sicuri. Tutti, e quindi anche Magda, facevano parte dell’organizzazione “Liberazione”. Il padre di Magda era stato uno dei fondatori e tuttora uno dei sette massimi dirigenti. “Liberazione” aveva come fine quello di eliminare il Kombinat dalla Russia. Non avevano un progetto alternativo, un modello politico che seguivano, volevano togliere soltanto la corruzione del Kombinat dai palazzi moscoviti. Così avevano costituito sette nuclei sparsi su tutto il territorio.
Magda era nata in quell’ambiente di cani randagi che si erano ribellati ad un padrone crudele. Così sin da piccola ascoltava i discorsi che il padre faceva, aiutava a preparare le cariche d’esplosivo, preparava le munizioni e riforniva i “tanks”.
A sedici anni sapeva cogliere una mela a 250 metri e smontava il suo fucile di precisione in 18 secondi. Amava quella vita e fino ad allora non si era neppure accorta di esser una donna. Non ci aveva mai pensato.
Neppure maggiorenne portò a termine il suo primo incarico, riuscendo a centrare una gomma di un camion di armi del Kombinat facendolo ribaltare. Aveva sparato dal tetto di una stazione di servizio abbandonata e lì, senza badare all’emozione, scrisse: <La bellezza salverà il mondo. Dostoevskij>. Decise che ogni colpo assestato a quel sistema di merda sarebbe stato timbrato con delle parole, non aveva importanza quali, ma delle parole. Così fece.
Verso i vent’anni si trasferì a Mosca e si rese famosa. Dodici membri del servizio di sicurezza del Kombinat furono fatti secchi in due mesi. Vicino al luogo dell’omicidio c’era sempre una frase scritta in stampatello minuscolo sul cemento che parlava di resistenza, di disobbedienza e di rabbia.
Molto tempo dopo quando ormai Magda era conosciuta da tutta “Liberazione”, le fu commissionato l’ennesimo attentato: doveva uccidere il vice-presidente del Kombinat. Secondo fonti certi sarebbe sceso da una macchina nera in un vicolo proprio dietro la sede della “Petrolchem”. Avrebbe avuto una scorta armata ovviamente, forse con due o più AV-8. Non aveva idea di come fosse possibile beccare il vice-presidente del Kombinat, e magari rimanere in vita. Sapeva però che doveva farlo, e non si sarebbe tirata indietro. Affittò una stanza di fronte al luogo indicato e rimase lì da sola tutta la notte. La mattina la paura incominciò a farsi sentire e i suoi nervi non riuscivano ad acquietarsi. Preparò il fucile con cura, incise il vetro e lo coprì affinché da fuori non si vedesse. Sperò tanto che non spuntasse nessuna macchina nera, e che nessuno scendesse e attraversasse la strada. Purtroppo le sue preghiere non furono accolte e a mezzogiorno in punto sparò contro un uomo alto con un lungo cappotto blu. Non lo vide cadere a terra, vide solo la sua valigetta disintegrarsi e un forte bagliore e molto caldo. Poi più nulla.
Si svegliò con un forte mal di testa in un letto. Non riusciva a parlare né a muovere le braccia. Aveva una gran paura. Dopo poco entrò una donna che le spiegò che sarebbe andato tutto bene, ma che si sarebbe dovuta imbarcare su un mercantile in partenza da Odessa di lì a tre giorni. E che anche avrebbe dovuto fare a meno del suo braccio destro. Poi entrò un grosso uomo calvo che le consegnò un foglietto dove c’era un indirizzo di New York. Ancora non riusciva a parlare, ma anche se avesse potuto non avrebbe saputo cosa dire. Era confusa e senza il suo braccio. Immaginò che l’uomo non fosse morto e che le avessero sparato, ma perché non era morta?
Fu trasportata da Mosca a Odessa con un Elicottero e di lì fu nascosta in una stiva puzzolente e piena di macchinari strani. Mangiò pochissimo e quel tempo le sembrò un’eternità.
Arrivata al porto di destinazione ebbe appena la forza di chiamare un taxi e farsi portare all’indirizzo che le avevano consegnato.
Non sapeva dov’era, che ora era e che mese era. Si sentiva a disagio e aveva paura.
Arrivati là, trovò un uomo alto, grosso e con una montagna di capelli e barba che l’aspettava. Disse di chiamarsi Boris. Parlava russo così pensò di essere ancora in Russia.
Boris la aiutò a vivere. Senza di lui sarebbe sicuramente morta. La testa rincominciò a funzionare dopo tre mesi. Ricordava tutto: la missione, il fallimento, il viaggio e mio padre che non aveva più visto.
Boris sistemò tutto: le disse che da lì in avanti sarebbe stata Giselle Karrol e che sarebbe stata una ragazza americana. Le fece imparare l’inglese e le fece montare un braccio meccanico. Non conosceva neanche l’esistenza di quella tecnologia, ma se ne innamorò subito. Fu proprio quella tecnologia che, secondo lei, la salvò da una vita da prostituta di “seconda mano”.
Con il tempo Giselle ebbe tempo di saldare il suo debito con Boris facendo per lui qualche colpo. Comprò un fucile di precisione con il quale faceva quello che Boris le diceva di fare. Uccise di nuovo. Ma quelle morti la facevano stare male perché non sapeva nulla riguardo quei corpi stesi e sanguinanti. Non sapeva se erano colpevoli o innocenti. Poi il tempo l’aiutò a diluire il senso di colpa. Dopo un paio di anni Boris incominciò a pagarla anche per le commissioni che faceva per lui e non soltanto perché era la figlia di Ostap Denisov.
La vita trascorreva. Non era felice perché non poteva lavorare per “Liberazione” e perché suo padre non si era ancora mai fatto vivo. Però era viva e viveva. Aveva trovato una soffitta in centro e abitava da sola. Aveva abbastanza denaro per condurre una vita decente e era sempre la stessa con il fucile. Anzi grazie alla tecnologia era migliorata. Aveva messo nel cervello un processore che le consentiva di avere una vista potenziata. Poteva colpire una gallina a 500 metri di distanza direttamente nel culo. Addirittura poteva vedere bene anche di notte e grazie a degli spinotti collegava direttamente il fucile con la sua testa.
Non aveva più scritto nulla però sui luoghi delle sue performance. E questo le mancava terribilmente. Quelle frasi volevano dire ribellione contro qualcosa e significavano che quelle morti erano giuste.
Adesso era in America e sparava a gente di cui non sapeva nulla perché la pagavano. Il Kombinat non c’era e neanche suo padre.
Quando ormai si era rassegnata e aveva preso pure a darsi alla Blue Glass le venne in mente, così poco prima di addormentarsi, una frase: <per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima. Lev Nikolaevic Tolstoj>. Le rimase stampata sulla retina come quando ci si sofferma troppo a guardare una fonte di luce.
Erano passati dieci anni da quando era arrivata negli Stati Uniti e si rese conto che quella non era lei e che quella vita non le poteva andare bene.
Decise che oltre a lavorare per Boris avrebbe creato una cellula di “Liberazione” in America. Cercò qualche informazione in giro e sui giornali e decise che avrebbe fatto fuori un membro del consiglio direttivo della “Petrochem”. Preparò il piano nei minimi dettagli e decise che l’avrebbe seccato all’uscita del convegno internazionale dei colossi del petrolio. Non era facile ma questa volta non avrebbe fallito.
Pochi minuti la separavano dal momento fatidico. Sudava e stendendo la mano vedeva vacillare il mignolo sinistro. Sparò un colpo. A segno. Si mise il fucile in spalla e incominciò la discesa delle scale, con calma. Arrivata alla fine entrò in macchina e partì, sempre cercando di mantenere la calma. Prima che accendesse il motore vide un AV-4 alzarsi alle sue spalle, e altri due seguirlo. Accelerò al massimo e una raffica di mitra le sfondo il lunotto posteriore. Guidava tenendo il corpo più basso possibile ma la macchina era quasi distrutta. Allora inchiodò tirando il freno a mano e s’infilò in un vicolo. Qui scese e incominciò a correre, ma aveva sempre dietro gli AV-4. Doveva trovare riparo e subito. Vide una stazione di polizia. Ci s’infilò e confessò il crimine.