LA TERZA ERA

Sempre più sul filo del rasoio

Eccomi

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mercoledì, 30 marzo 2005

Ancora non mi sembra possibile che tutto possa aver funzionato, stasera.

Beh, in effetti, non "tutto" ha funzionato. Il sangue della ragazza del Kombinat ne é la prova.
No, la sparatoria non era prevista. In effetti, l'intera operazione - se così si può chiamare l'insieme sconclusionato di azioni che abbiamo messo in atto questa sera - altro non é stata se non un continuo stravolgimento dei piani concordati, per venire incontro a previsioni che, di volta in volta,
si rivelavano errate.

Pareva semplice ed in effetti lo era, almeno per quanto ci avevano detto: fotografare un'incontro che sarebbe avvenuto quella sera in un locale della zona portuale.
Semplice, un gioco da ragazzi. Roba da accademia: tu ti apposti a un'entrata, io mi apposto ad un'altra, lui sta dentro e aspetta che noi gli diciamo quando arriva il nostro uomo.
Sì, pareva così, almeno all'inizio. E mi é parso così anche dopo cominciato, il tempo di entrare, sedermi al bancone e ordinare una Bud.

Poi, é iniziato il labirinto delle chiamate. Quasi due ore di "Morgenfeld, devo lasciare la posizione" "Morgenfeld, vieni fuori" "Morgenfeld, devo venire dentro" "Morgenfeld, Suarez non é più al suo posto" "Morgenfeld, un tizio mi ha detto che ci hanno scoperto" "Morgenfeld là" "Morgenfled quà" "Morgenfeld..."

Sembravano assolutamente incapaci di fare l'unica cosa che dovevano fare: stare fermi, defilati, e guardare la gente che entrava da una porta. Difficile, vero?
Un labirinto, stare da solo dietro a tutte le loro idiosincrasie. Logico che il piano ha iniziato ad andar giù, pezzo per pezzo come un edificio costruito con le tangenti.

Ma poi, finalmente, la chiamata di Giselle. Li vedeva, era dietro di loro. Forse che i suoi trascorsi da guerrigliera nel Kombinat e assassina prezzolata potessero aiutarla a fare due fotografie? Dai, forse sì...ma era meglio non lasciarla sola. Lo dice il regolamento, ma soprattutto il buon senso. Ordino quindi agli altri due di convergere sul punto indicato da Giselle, e mi ci dirigo io stesso.
Non sapevo come, ma sembrava davvero che le cose stessero finalmente andando come dovevano andare. Ma corressi subito il pensiero: se le cose fossero andate come dovevano andare, sarei ancora a fare tranquillamente il poliziotto nell'Illinois.

Ad un certo punto, quando ho sentito gli spari, confesso che non pensavo saremmo riusciti ad uscirne tutti (in effetti, ho dei dubbi su quali elementi siano realmente stati di utilità e quali no), e credo che, in mezzo a tutto questo, la "riuscita" della missione sia da attribuirsi più ad una
serie di fortunate coincidenze che ad un effettiva efficienza del gruppo. E la stessa cosa può dirsi della sopravvivenza di Giselle. Dannazione, almeno avessero bucato il culo di Suarez...mi sarei risparmiato la fatica di portarlo all'ospedale, quel sacco di merda arrogante. Ma così non é stato,
purtroppo o per fortuna.

Comunque, almeno una cosa é successa. Ci hanno dato qualcosa da fare, e noi lo abbiamo fatto. Giselle é stata ricucita per bene, le foto scattate sono riuscite perfettamente, e io ho raccolto tutto, corredandolo di un rapporto dettagliato, in un bel fascicolo corposo.

Non potrei avere cuscino più morbido su cui riposare, stanotte.

Postato da: dickmorgenfeld a marzo 30, 2005 12:20 | link | commenti |
dick morgenfeld

venerdì, 25 marzo 2005
04.2020

Le preoccupazioni di Giselle si rivelarono fondate. La sera tutto era pronto. Il locale era uno schifo, pieno di gente maleodorante. Aveva tre entrate da sorvegliare. A Giselle toccò la principale. Una piccola porta arrugginita in cui piano piano scomparivano persone senza un senso apparente, il cui unico scopo era quello di attraversarla il prima possibile. Si concentrò sulla foto che le sarebbe dovuta servire per riconoscere l'uomo. Le venne in mente che magari qualcuno le avrebbe potuto sparare, che magari l'uomo non si sarebbe mai fatto vivo e che tutto sarebbe andato a puttane. Non voleva morire però, ne era sicura e un po' se ne stupì anche. Passarono due interminabili ore. Niente era successo. Nessuno. Poi lo vide, incrociò il suo sguardo e per pochi istanti il sangue fece una sosta. Stava uscendo. Giselle chiamò Morgenfeld e l'avvertì, poi incominciò a seguire l'uomo. Attraversò il cortile di fronte al locale e si diresse pochi metri al dì là della strada in un parcheggio. Non si vedeva un gran che. Giselle lo seguiva. Cercava di convincersi che era tranquilla e che tutto sarebbe andato liscio, ma aveva paura che l'uomo si girasse e incominciasse a sparare o che sentisse una pistola puntata nella schiena. Intanto l'uomo si avvicinò ad uno dei tanti tir parcheggiati. Scese un secondo uomo. Giselle era a centocinquanta metri dai due. Per un istante le sembrò che qualcuno fosse dietro di lei. Si voltò e non c'era nessuno. Era confusa e terrorizzata. Per poco non dimenticava perchè era lì. Fece due foto: una all'uomo che aveva seguito, un primo piano del volto, un'altra ai due che si stringevano la mano. Mise via la macchina fotografica proprio mentre i due si congedavano. L'uomo del camion risalì, l'altro tornò sui suoi passi. Giselle rimase ferma, immobile lungo la strada. Dette l'ultima occhiata al camion in manovra e vide che era un camion della Genetech. Cercò di prendere il numero di targa. Sussultò. Rispose al cellulare. Era Morgenfeld, aveva una voce insolita, floscia. Le disse che adesso avrebbe fatto bene a darsela a gambe. Non disse altro. Giselle lo prese alla lettera e cominciò a correre verso la macchina, due isolati più in là. Era spaventata e il suo cervello smise di pensare. Proprio di fronte al Blue Amnesia sentì una voce che la chiamava. Due uomini massicci in completo nero stavano cercando proprio lei. Continuò a correre e sentiva ancora che la chiamavano. Ormai era vicina alla macchina, la vedeva. Si dimenticò dei due. Non pensava, correva. Anche i topi quando scappano dai gatti probabilmente non pensano un bel niente, cercano di scappare e basta. Poi sentì uno sparo. Cadde sulle ginocchia. Perse il respiro per un istante. Poi tirò fuori la pistola e girandosi in direzione dei due uomini si sdraiò a pancia in giù. Svuotò il caricatore. Vide i corpi, ormai a non più di trenta metri, come impossessati, che si muovevano a scatti. Il cranio di uno esplose. Caddero. Giselle si fermò quando sentì il click della pistola che decretava la fine del caricatore. Ricaricò e rimase in quella posizione da marines per pochi secondi. Si alzò e tremando arrivò alla macchina. Dodici minuti dopo era al negozio di fotografia. C'erano tutti. Disse loro che l'avevano bucata alla schiena. Aveva un gran mal di testa e avrebbe voluto bere un goccetto. Morgenfeld invece la portò all'ospedale. 

Postato da: Barks a marzo 25, 2005 23:31 | link | commenti (1) |
giselle macmillan

martedì, 22 marzo 2005
03.2020

La mattina successiva arrivò puntuale. La nebbia avvolgeva la città e Giselle sentì che quella vita strappata alla prigione era vita in eccesso. Sarebbe dovuta morire. Ancora si rinfacciava di essere scappata e di essersi costituita. Se fosse morta suo padre sarebbe venuto a sapere dove avevano ritrovato il cervello della figlia. E magari ne sarebbe stato fiero. E invece poche ore più tardi era seduta in un negozio di fotografia. Aspettava che qualcuno le dicesse che fare. Arrivarono. Marshall prima, Morgenzelf con due ore di ritardo. Dissero che era ora di lavorare. Lavorare per la polizia, che schifo. In un locale che tutti chiamano Blue Amnesia quella sera due signori si sarebbero incontrati e si sarebbero scambiati qualcosa. Il compito assegnato era di controllare che tutto ciò si verificasse davvero.. Marshall consegnò alcuni documenti e se ne andò. Un poliziotto, un delinquente e mezzo e Giselle per fare due foto. Giselle pensò che fosse una trappola, gli altri che fosse una passeggiata.

Postato da: Barks a marzo 22, 2005 18:49 | link | commenti |
giselle macmillan

martedì, 15 marzo 2005

A Englishman in New York

Mi chiamo Michael Hamilton e sono nato nella fredda e piovosa Inghilterra 42 anni fa.

Fin da piccolo la curiosità mi ha spinto a sapere tutto quello che si poteva sapere sulle persone che avevo intorno, spesso invadendo oltre ogni limite la loro privacy. Un giorno, terminati gli studi che i miei genitori mi avevano obbligato a seguire, cioè una laurea in informatica presa con non poca fatica, capii che quella non saebbe mai stata la mia vita e deciso a trovare la mia strada cominciai a riflettere. Fu breve il tempo che ci volle per realizzare che la mia curiosità e sete di conoscienza si sarebbero potute trasformare in  attività redditizie per le mie tasche... Così mi feci assumere da un cacciatore di informazioni o, come dicono qui nell'Agglomerato, un info broker, amico di mio padre, che mi fornì tutto quello che un giorno sarebbe servito alla mia ambizione per spiccare il volo. In pochi anni mi feci le ossa e quando a 30 anni decisi di mettermi in proprio, partii alla volta dell'America, dove più di ogni altro posto al mondo c'erano possibilità anche per me di sfondare e di trovarsi nei guai fino al collo, come poi è successo.... Tutto procedeva bene, finché un giorno mi fu chiesto di compiere un lavoro tutto sommato semplice: rubare dei dati riguardanti alcuni dipendenti della InfoCorp. Sapevo che entrare nei loro sistemi per hacker era un gioco da ragazzi, così mi appoggiai ad uno dei mei soliti collaboratori, più preziosi delle informazioni stesse, e nel volgere di un paio di giorni riuscii a prendere ciò che volevo. Mi accorsi però, che tra quei dipendenti alcuni, almeno un paio, avevano compiuto strani movimenti bancari a favore del Governo, o di quello che rimane di una forma di organizzazione federale. Subito, fiutando il colpo grosso iniziai ad indagare in quella direzione facendo saltare fuori numeri di conti, nomi e movimenti... Ma qualcosa mancava: perché? A cosa servivano tutti quei movimenti? Era evidente che InfoCorp stava finanziando il Governo per i suoi scopi ed io avevo bisogno di sapere.... Cosa fare? La risposta era semplice: l'ingegneria sociale! Dovevo avvicinarmi a qualcuna delle persone di cui avevo i nomi e, raggirandole, far sputare loro tutti i rospi che avevano in gola... Sfortunatamente, qualcuno era già sulle mie tracce, forse le reti dati che ho violato erano state create ad hoc perchè qualcuno le violasse e trovasse proprio quelle informazioni; e questo qualcuno era proprio la Polizia governativa...  

Postato da: Barks a marzo 15, 2005 18:56 | link | commenti |
michael hamilton

lunedì, 14 marzo 2005
02.2020

Finalmente si fece sera. Sentiva il bisogno di starsene da sola. Dick le concesse il permesso di andare a dormire dove voleva, così se ne andò a casa sua. Abitava in un buco a metà tra il cielo e l’asfalto, in una soffitta tra la terza e la quarta strada.
 Mise su un po’ di musica, prese quel che restava di una bottiglia di liquore e aprì la porta che dava sul tetto del grattacielo. Anche il sole se n’era andato. Presto anche il rumore della strada si sarebbe fatto più lieve. Doveva pensare, schiarire le idee, capire.
Due cose le erano chiare: non sarebbe più tornata in prigione perché lì sarebbe sicuramente crepata e non avrebbe mai più comprato quella marca di Scotch.
Se fuggiva dal progetto rischiava il carcere. Se non fuggiva rischiava di uccidere il suo già molto debole orgoglio. Non poteva lavorare per la polizia. Poteva tornare in Russia, lì nessuno l’avrebbe trovata. Ma come l’avrebbero accolta? E l’avrebbero accolta?
Intanto il fumo e il vapore avevano già avvolto la parte alta della città e il cervello di Giselle.
Come era solita fare non decise nulla. Il tempo avrebbe deciso per lei, la musica l’avrebbe tenuta occupata. Accese l'amplificatore, passo una manò sulla chitarra, la collegò alla cassa da 180W e iniziò con vechhia canzone dei Danzig, MOTHER.  

Postato da: Barks a marzo 14, 2005 21:07 | link | commenti (1) |
giselle macmillan

Il dado è tratto…

 

05-07-2020 New York, Quartiere Corporativo

Il fumo fu risucchiato velocemente dall’aspiratore posto sul soffitto, l’uomo, un cinquantenne dall’aria tranquilla e risoluta, spense l’ennesima sigaretta di quel lunghissimo pomeriggio nel posacenere. Successivamente mosse lo sguardo verso uno dei suoi due interlocutori, un tipo alto ed elegante che aveva i muscoli della faccia tesi come tiranti di un ponte… “No” disse quest’ultimo contenendo il fiume di rabbia che lo invadeva… “Io non ne voglio sapere nulla… non se ne parla” dicendo questo lancio un’occhiata anche ala terza persona nella stanza: un grasso e goffo individuo che sfogliava timidamente i dossier che erano sparsi sul tavolo.  Con estrema calma, quella calma che uno si può permettere quando sa che il proprio culo resterà all’asciutto, il primo uomo si accese un'altra sigaretta, fece un lunghissimo tiro e testò la comodità dello schienale della sedia imbottita su cui era seduto…” Cos’è che non le è chiaro Martino?” fece una pausa per fare un altro tiro “e’ tutto descritto nei dossier…” non passo nemmeno un secondo...“Non me ne frega un cazzo di questi fottutissimi dossier!!!Io non ne voglio sapere nulla!!!” disse Martino scattando in piedi come una molla mentre, con un ampio gesto del braccio, fece cadere dal tavolo una delle cartelle. Fogli, foto e documenti volteggiarono varie volte prima di terminare il loro viaggio sul pavimento in marmo nero. Martino in quel momento pensava ad un sacco di cose… ma soprattutto una domanda lo martellava incessantemente… CHI, chi aveva deciso tutto ciò…chi costringeva lui, Arthur Martino a lavorare con della feccia, con quelli che combatteva da una vita… era fermamente convinto che tutto questo fosse stato preparato per rovinare la sua brillante carriera… per incastrarlo. Il silenzio fu rotto dall’uomo grasso, aveva il viso rosso e aveva l’aria di quello che si trovava in un posto senza sapere il perché e il come… “Il signor martino non ha tutti i torti…” disse cercando un cenno di assenso nei sui interlocutori…”Anch’io ho dei forti dubbi su questo progetto…” “Dubbi un cazzo” si lascio scappare a denti stretti Martino… Marshall, il grasso, non sentì o almeno finse perché continuo il suo discorso con quel tono di chi si scusa anticipatamente di quello che sta per dire…”Gli individui che avete selezionato… non capisco perché proprio loro… sono dei tipi pericolosi, ingovernabili!” andò a cercare tra i vari fascicoli che aveva di fronte quello più farcito “Questo Vinicio Suarez è uno psicopatico! Come potete pensare di utilizzarlo!?! E poi… noi? Perché noi?” ormai più che una domanda sembrava quasi un implorazione…”E questo Morgenfeld… chi ci dice che è all’altezza?”  Martino pensò che fosse u incubo… Marshall, quello che avrebbe dovuto aiutarlo, era un emerito imbecille… L’incubo però si trasformo in realtà all’istante, quando un ultimo uomo entrò nella stanza…”Siete ancora qua?” Martino capì che questa era la sua ultima occasione per uscire da questo macello, strinse i pugni e prese la parola ” signore io…” Un gesto tanto semplice quanto imponente lo invitò a tacere…”Signor Martino, noi non siamo qui per chiedervelo… siamo qui per dirvelo. E’ tutto.” E uscì dalla stanza, in quei pochi attimi di presenza aveva chiuso ogni possibilità di fuga… gli sguardi di Martino e Marshall andarono automaticamente sul Chip di dati che avevano di fronte…una scritta lo caratterizzava: P.O.I.D.L.C

 

 

 

 

Postato da: granducabrian a marzo 14, 2005 17:25 | link | commenti (1) |
la storia

...eppure lo sapevo...lo sapevo fin dall'inizio che sarebbe andata così.

In un solo giorno nell'agglomerato, sono già riuscito a farmi due nemici, uno dei quali - il sovrintendente generale Martino - decisamente potente.

Bene, ottimo. Così si fa...questi sono i risultati dell'essere coerente con ciò che hai giurato...

Bravo, Dick. Davvero, complimenti.

Fuori dai vetri sporchi della finestra, alto sopra la massa di palazzi squadrati come se sorvolasse una versione di cemento della baia inquinata, un dirigibile pubblicitario lancia fasci di luce colorata tutt'intorno. Ad un tratto, l'intera stanza é rischiarata, come se una squadra speciale stesse arrivando ad arrestarmi. Mi aspetto da un momento all'altro che la porta venga abbattuta, o che figure vestite di nero entrino sfondando il vetro della finestra.

Ma nulla di tutto questo accade. Come é arrivata, la luce scompare, mentre il riflettore contnua a girare. Rimane solo, enorme e sorridente come a deridermi della mia paura, il volto artificiale, impomatato, di una geisha che vuole convincermi che per fissare al meglio i miei ricordi, niente é come fuji, da uno degli enormi tabelloni luminosi posti sull'involucro dell'aeronave.

Piccolo. Ecco come mi sento, stanotte. Non riesco a dormire, perchè ho forti dubbi sulla possibilità di risvegliarmi. E quindi eccomi qui, steso su questo letto sfondato, in quest'appartamento fatiscente. Sono in mutande, ma il mio corpo é madido di sudore, che bagna il lenzuolo facendolo diventare appiccicoso.

E ho una pistola in mano. In mano e nel cervello, per mezzo di un cavo che, infilandosi nella presa sul polso come un cordone ombelicale di fibre plastiche e superconduttori, la fa diventare parte di me. L'insieme del contatto convulso tra la pelle delle mani e il metallo freddo del calcio, reso viscido dal sudore, si fonde con i dati precisi, impersonali ed astratti che arrivano dall'interfaccia. Sono consapevole dell'assoluta inutilità dell'arma. Ma ho paura dei delinquenti che dovrebbero lavorare cone me. Anche e soprattutto di quelli che portano un distintivo.  

A cosa può servirmi tutto questo? A sentirmi migliore? Forse. O forse, a breve, solo a sentirmi morto. Spero che presto ci diano qualcosa da fare, almeno avrò un qualche obiettivo su cui concentrarmi.

Ma per adesso, c'é solo un'anonima notte afosa da cui uscire sani di mente. 

Postato da: Barks a marzo 14, 2005 10:59 | link | commenti (3) |
dick morgenfeld

venerdì, 11 marzo 2005

Dalla parte del bene

il carcere, l'ergastolo, gli amici traditi e quelli che mi hanno tradito..

un foglio

una speranza, la vita..

devo solo cambiare capo..

dai che non c'è nulla di male..

almeno credo..

cazzo però lavorare per la pula è assurdo..

se lo sapesse mio padre mi ucciderebbe..

lavorare per chi mi ha sbattuto qui..

in culo all'orgoglio..

merda..

in culo all'orgoglio..

però devo solo fare quello che facevo prima..

"Questo è un progetto pilota, i soldi sono pochi e le strade pullulano di merda come te..  ..te e altri stronzi come te creerete una squadra operativa in incognito che farà quello che legalmente noi non possiamo fare.. ..la tua libertà è subordinata a come ti comporterai.. ..tra di voi ci sarà anche un nostro uomo di fiducia, sarà lui che coordinerà il tutto"

figlio di puttana..

continuano a ripetermi che io vado benissimo per loro, che per soldi mi sarie fottuto mia madre, e ora che sono dentro la libertà vale di più di qualsiasi cifra..

tutte puttanate, cazzo tutte puttanate..

il caldo, il sudore, agosto, odio l'agosto.. e poi quest'odore, odore di prigione, di morte.. E in due settimane me lo sento già addosso.. Sulla pelle, sui miei capelli.. Mi ci vorranno anni per levarmelo di dosso..

un foglio..

tradire i miei simili.. 

si, ma la libertà..

essere uno di loro..

una possibilità..

ho troppi nemici in gattabuia.. Cazzo.. Ad averlo saputo prima non gli avrei sputtanati..

un ultima possibilità..

"Firmi qui"

lo sai che sei un figlio di puttana..

lo sai, lo sai.. 

"Firmi qui"

cazzo, é proprio un figlio di puttana..

"Suarez, non glielo ripeto un altra volta, FIRMI QUI!!"

Vinicio Suarez..

fatto, ho firmato.. guardalo com'è contento.. ma prima o poi me la paghi, lo giuro..

"ora sei dei nostri"

sei dei nostri.. una pugnalata.. ormai mi sono giocato l'orgoglio.. 

"Suarez ti tengo d'occhio"

Bastardo, neanche tu fossi in un film.. Cazzo, sono uno di loro..

Se lo sapesse la mia gente..

...

Eccomi N.Y. sono di nuovo tutto tuo.. Non ti preoccupare ora me le levano le manette.. Cazzo questa città ti parla.. Guarda le facce di quelli sul marciapiede.. Se solo sapessero che farò da ora in poi.. Dove ho lasciato l'orgoglio.. cosa?.. Stanno scherzando.. Questo è un retro bottega, non può essere la nostra sede..

Ok è la nostra sede..

No, non mi sbagliavo è veramente un retrobottega.. Eccoli.. Sono gli altri reietti.. Chi sà se stanno di merda come me?.. ..sono un duro..sono un duro.. Vinicio tieni lo sguardo alto.. Ecco così.. Pero! Che Russa! Giselle.. E' anche un bel nome.. Questa me la fotto.. Dovessi fottermela da morta ma me la fotto.. Chi sà che cazzo ha combinato per essere qui.. E l'altro.. Fred si, fighetto, silenzioso, inglese..

INGLESE??

Che cazzo ci fà un inglese a N.Y. e soprattutto cosa cazzo ci fà in questa stanza..

Signori e Signore eccolo.. Si ma qual'è dei due.. Ok quello grasso è quello che dirige, noi non lavoreremo con lui.. Cazzo ma quello è proprio grasso, e suda come un porco.. Quindi è l'altro.. E' lui il capo della baracca che lavorerà con noi.. Non reggerà a lungo questo posto.. L'hai fatta proprio grossa se ti hanno mandato in questo letamaio.. il buco del culo del mondo.. Ok però non occorre che mi guardi così.. Bastardo mi stai già sulle palle, figlio di puttana.. Cazzo, cazzo, cazzo levami gli occhi di dosso, chi ti credi di essere??.. Se solo glielo potessi dire.. Guardali sono lì che ci parlano come se noi fossimo un bene vitale del governo e nel frattempo ci squadrano come fossimo dei cani..

Murghenfild, Mormanfim, Mergenfild.. Come cazzo si chiama quello stronzo.. Dick.. Ecco Dick lo sai che mi stai già sulle palle, ma guarda la mia faccia è una sfida..

Oddio le manette.. Ho i polsi liberi si..

Ok..

Ok..

Dobbiamo far funzionare questo posto.. Un negozio di fotografia.. Che copertura di merda..

...

ora abbiamo tutto quello che serve, macchine fotografiche, rullini, anche il macchinario, la mia pistola.. Cazzo che bello, la mia pistola.. Devi vedere gli occhi di chi la guarda dalla parte del buco.. Gli occhi di quel vecchio.. Bang.. Un colpo.. Il negozio di quello stronzo tutto per noi.. Il vecchio con un buco in fronte.. Il sangue sul pavimento.. Amo il mio lavoro..

La russa è stata brava.. Ok non ha fatto un cazzo, ma è sempre una bella presenza.. L'inglese.. Bo? Faceva il palo.. Il palo è la parte più bella però.. Non fai una minchia e ti becchi la gloria del colpo uguale..

...

Io non capisco perché si sia incazzato, lo stronzo.. Gli ho riempito il negozio, ho rimediato due macchine, e ho eliminato i testimoni.. Ma come non lo dovevo uccidere mi aveva visto.. E' vero che sarebbe bastato entrare con il volto coperto.. Ma poi non avevo una scusa per seccarlo.. Guarda che nottata di merda che mi tocca passare per quel vecchio del cazzo.. Morganmer Morgimer.. Dick insomma, quello stronzo ha portato i suoi simili a casa nostra per farmi sbattere dentro.. è veramente una testa di cazzo, merda ti ho riempito il negozio in un ora e mi vuoi già ributtare dentro.. per fortuna che il ciccione.. ok il gran capo.. è passato a sistemare tutto.. più o meno.. Dick guarda bene i miei occhi, guardali sono come i tuoi.. Per fortuna che il fighettino si è messo di mezzo se no stanotte finiva male.. .

Postato da: viniciosuarez a marzo 11, 2005 19:59 | link | commenti (3) |
vinicio suarez

Il futuro che non verrà...

Salve lettore, quello che stai leggendo qui nella rete non è altro che un ricordo, una raccolta di esperienze, di storie, di racconti che viene direttamente dal 2020, dal futuro... un futuro un pò diverso da quello che vi aspettaterà... un futuro molto, molto nero. Nelle metropoli, ogni giorno, milioni di persone scrivono i loro destini: in cima ai grattacieli le corporazioni, potentissime multinazionali senza scrupoli, si contendono il dominio del mondo, nelle strade si lotta perchè nel 2020 solo il più forte sopravvive. Il sole ormai è un lontano ricordo, la pioggia accompagna le tetre giornate,nelle oscurissime strade illuminate da innumerevoli neon e cartelloni pubblicitari ogni giorno si vive e si muore, la tecnologia invade ogni angolo, ogni singolo momento delle tristi e oscure vite di ogni individuo... in mezzo a così tanta gente l'uomo non si è mai sentito così solo... questo è CYBERPUNK. Qui, nei meandri della rete noi vi raccontiamo le storie di quattro destini che si sono intrecciati, di quattro persone che hanno toccato il fondo e che per non soccombere in questa triste realtà dovranno vivere sul filo del rasoio...insieme.

          

CHI SIAMO

tutto questo blog è nato dall'idea di raccogliere e scrivere la storia che piano piano va deliniandosi nella nostra campagna del gioco di ruolo Cyberpunk 2020. Qui leggerete i pensieri, i racconti visti dai quattro punti di vista dei personaggi più la storia raccontata da un narratore che verrà scritta dal master... sperando che qualc'uno possa trovare tutto ciò interessante non mi resta che augurarvi una buona lettura e ricordate... "Lo stile conta più della sostanza"

Postato da: granducabrian a marzo 11, 2005 19:43 | link | commenti (2) |
prefazione

giovedì, 10 marzo 2005

Dick Morgenfeld

Dieci anni. Avevo dieci anni quando mio fratello e mia madre, davanti ai miei occhi, vennero uccisi durante quella rapina. Non scorderò mai il rumore degli spari e dei vetri infranti, le urla, le scariche di terrore. Ricordi che ancora oggi mi procurano dolore, un dolore che probabilmente non finirà mai di tornare a galla.

Fu naturale, da quel giorno, l'indirizzo che prese la mia vita: il giorno del funerale, giurai a me stesso che un giorno sarei diventato un poliziotto. E che sarei stato sempre, assolutamente, integerrimo e schierato dalla parte dei giusti. La mia giovinezza passò all'insegna di questo obbiettivo, sempre più pressante dentro di me. Mio padre mi vedeva crescere, quinta generazione di una famiglia di immigrati danesi, ed ero consapevole di quanto ormai rappresentassi tutto ciò che gli restava. Non mi fece mai mancare nulla, e cercò per me sempre il meglio che il suo stipendio da autista della Greyhound potesse permettergli.

I suoi sforzi furono ripagati, finalmente, il giorno del mio giuramento all'Accademia di Polizia. Fu la prima volta che lo vidi davvero sorridere, dopo tanti anni in cui, per lui, la cosa era diventata solo uno sterile movimento delle labbra.

Fu la sera dopo la cerimonia, mentre tornavamo a casa in macchina, che mi disse ciò di cui, a tutt'oggi, ho fatto una regola di condotta:

"Ricordati che il mestiere del Poliziotto é quello di servire la collettività, e nient'altro. Tu sei entrato nella polizia sull'onda di una motivazione forte, ma questa non deve accecarti. Non dovrai avere vendetta, non dovrai mai cercare una scorciatoia, per quanto comoda possa apparire. Dovrai solo, e sempre, stare dalla parte della giustizia, che non sempre é la stessa della legge."

Mi ripetè la stessa cosa anche una settimana dopo alla stazione, mentre partivo per Chicago: ero stato assegnato al servizio nella grande città industriale.

I primi anni di servizio furono duri, ma eccitanti. Finalmente potevo rendermi utile e fare ciò che avevo sempre voluto fare, e la cosa mi riempiva di orgoglio. Certo, lo stipendio non era certo da arricchirsi, ma coi primi risparmi arrivò anche un pò di benessere: casa, tenore di vita, qualche sfizio. Arrivarono anche nuove conoscenze...queste sia nel bene, che nel male.

Mi resi infatti conto che era alquanto difficile riuscire a seguire la via che mi ero ripromesso: certo, avrei continuato a farlo, ma mi rendevo conto che le cose, qua sui grandi laghi, non erano certo come nel sud dell'Illinois. L'enorme città, che si estende lungo la costa del lago Michigan come un'enorme metastasi urbana, é uno sfavillante intreccio di povertà, violenza e disperazione. Ed é in mezzo a tutto questo che si deve muovere la polizia.

La polizia...essa stessa, non era affatto quella che mi immaginavo nei miei sogni: intorno a me non c'era nessun paladino dell'ordine, nessun servitore della collettività. Ero circondato da gente che era lì per dare sfogo a manie di onnipotenza, per nepotismo, o solo per sfuggire alla disoccupazione. Da gente corrotta, pronta a qualsiasi cosa purchè la si pagasse. Da arrivisti senza scrupoli, che vedevano il dipartimento di polizia solo come un passaggio della loro ascesa. Anche quei pochi che "sentivano" qualcosa nel loro lavoro, erano talmente demoralizzati dal contesto da regredire a gente che cercava semplicemente di arrivare viva al pensionamente, evitando il più possibile i guai.

Gente con cui la convivenza si annunciava difficile, per uno come me. E così fu. Sin dall’inizio mi feci nemici nella polizia come e forse più che tra i criminali, sin dall’inizo il contrasto fu sentito. Per i primi tempi ero semplicemente “un altro novellino idealista”, uno che “presto avrebbe imparato a stare al suo posto”. Ma non fu così. Riuscii, a volta anche a caro prezzo, a mantenermi coerente con quanto avevo deciso, a continuare a sforzarmi di credere in ciò che facevo.

Certo, ero consapevole che prima o poi avrei pagato per questa scelta. Ogni giorno che passava, la corda veniva tirata di più, e la compromissione della mia carriera ne era soltanto l’aspetto più immediatamente percepibile. Ce ne era anche un altro, fatto di sguardi, di silenzi, di schiene voltate e di saluti fatti a denti stretti. Ed era quello che faceva più male.

Mi aspettavo i fatti della settimana scorsa. La situazione non era neanche, forse, la più spinosa verificatesi fino ad allora. Una serie di furti, danneggiamenti e sabotaggi in proprietà private, di cui una tribù di nomadi pareva essere chiaramente responsabile. Fin troppo chiaramente.

I miei sospetti si addensarono da subito su una serie di indizi posti fin troppo in evidenza, e sul fatto che i danni parevano esser fatti da chi conosceva fin troppo il proprietario dei beni: una corporazione locale, consociata della Arasaka.

Feci notare la cosa al mio superiore, che però mi impose di smettere, dato che “ormai il caso poteva dirsi chiuso”.

Eppure io ero sicuro dell’innocenza di quella gente. Non potevo starmene con le mani in mano mentre venivano ingiustamente accusati.

Disobbedii agli ordini. Mi recai privatamente fuori città, dove era accampata la loro carovana. Mi presentai per ciò che ero, e chiesi di parlare con qualcuno di loro.

Beh, certo il primo impatto non fu assolutamente positivo da parte loro, ma potevo capire la loro diffidenza. Si rivelarono però presto ben più ragionevoli di molti abitanti della città. Erano gente del Kansas, agricoltori senza più terre che si erano ridotti a vagabondare senza meta per il continente.

Parlai con diverse persone quella notte, e anche le notti successive. Grazie a ciò che mi dissero, ero riuscito a capire. Ci trovavamo al centro di una speculazione: la corporazione sussidiaria era in perdita da anni, e l’Arasaka stava cercando un modo per ripianare i bilanci. Quale migliore del colossale risarcimento assicurativo dovuto dopo i danneggiamenti?

I nomadi avevano capito che realmente ero dalla loro parte. Mi aiutarono a raccogliere prove in modo estremamente efficace, la polizia coi suoi mezzi non avrebbe potuto arrivare a tanto. Preparai un enorme rapporto, lavorando giorno e notte. Dovevo fare in fretta, solo in questo modo sarei arrivato prima di indagini palesemente troppo rapide. Ma ce la feci.

Riuscii a sbattere tutto, tutto sulla scrivania del Commissario, e per esser sicuro inviai copia anche al procuratore. Le prove che citavo erano palesi, impossibili da ignorare. E così fu. I nomadi furono rilasciati a breve, il processo prese la via giusta, anche se sicuramente non andrà mai tanto lontano.

Come non sono andato molto lontanto io.

Subito il giorno dopo, il Commissario volle vedermi in privato. Mi fece una serie di discorsi formali, in cui mi ringraziava del mio operato e mi annunciava la mia promozione a Detective. Ma subito dopo cambiò tono. Stravaccato sulla poltrona, gli occhi carichi di cattiva ironia, iniziò a parlare con tutt’altra voce:

“Ecco, Morgenfeld, alla fine ci sei riuscito. Bene, spero tu sia contento. Io no, non lo sono affatto. E non sono l’unico. Ma devo dire che non intendo sporcarmi le mani, come invece sembra che piaccia tantissimo fare a te. Quindi, ti offro una possibilità” un fascio di fogli spillato venne spinto subito sotto il mio naso, il mio sguardo si posò su due occhi che sembravano quelli di un cacciatore che ha finalmente in scacco la sua preda. 

“…non ringraziarmi, Morgenfeld. Considerala...una promozione…

Postato da: Barks a marzo 10, 2005 15:34 | link | commenti (2) |
dick morgenfeld

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